Slider / storie di donne / 12 novembre 2014

Alessandra Pauncz, la psicologa che si occupa degli uomini maltrattanti

Ho conosciuto Alessandra Pauncz attraverso un dossier sul femminicidio pubblicato dalla rivista Mente e Cervello. L’articolo, che parla di lei e della sua attività, si intitola “Così curiamo il maschio violento”, e quello che la dottoressa Pauncz fa è esattamente questo: occuparsi degli uomini che commettono violenza sulle donne.

Alessandra Pauncz nel 2009 ha fondato a Firenze il Cam, Centro di ascolto uomini maltrattanti, ma dal 1994 si occupa delle donne vittime di violenza domestica. Da anni la dottoressa Pauncz lavora sul campo e, a un certo punto, ha deciso di aggiungere un tassello diverso alla lotta contro la violenza subita dalle donne e cioè, l’aiuto e il sostegno per l’uomo violento.

Perché?
“La violenza non è una questione di donne, riguarda tutti e  la responsabilità è di chi l’agisce”.

Com’è nato il Centro di ascolto uomini maltrattanti?
Ho lavorato 15 anni aiutando le donne maltrattate in un centro che offre aiuto e sostegno alla vittima. Un collega mi ha coinvolto in un corso dedicato agli uomini violenti. C’era l’interesse allora, per creare un tavolo di studi dedicato al tema. Abbiamo fatto diversi incontri e cercato di capire in che modo si poteva intervenire, ma ci siamo resi conto che in Italia le cose erano molto diverse rispetto all’America. Lì, gli uomini maltrattanti sono obbligati a frequentare un centro come alternativa alla pena. Qui, invece, oltre a una mancanza legislativa, accade spesso che A) le donne non denunciano e B) non si fanno i processi. C’è voluto qualche anno prima che i tempi maturassero.

La società civile negli anni è cambiata e ha cominciato a chiedersi che cosa fare degli uomini violenti mentre si aiutano le donne. Quando tra il 2005 e il 2006 ho iniziato una campagna di sensibilizzazione che ha coinvolto anche gli uomini, ho riflettuto in modo più approfondito sulla questione, ritenendo che nella lotta contro la violenza sulle donne mancava un programma rivolto verso chi commette violenza. Era un rischio ma qualcosa andava fatto, perché quel vuoto andava riempito con l’intervento di persone che hanno prima di tutto a cuore la salute della donna. Il percorso è stato lungo e ricco di confronti con soggetti che già avevano iniziato a occuparsi della tematica e con associazioni internazionali”.

In questa scelta c’è stata anche un’esperienza personale?
“Sono una mamma. Quando è nata la prima figlia mi sentivo pronta per essere madre di una femmina, quando è nato mio figlio, mi sono chiesta che tipo di educazione avrei dovuto dargli. Mi sono interrogata a lungo sul ruolo dell’uomo in questa tematica complessa”.

Quanto positiva le sembra oggi la sua esperienza?
“Molto. E molto è stato fatto. In questo percorso si procede per gradi: il primo obiettivo è interrompere la violenza fisica, perché spesso la vittima non va via di casa, la seconda è riflettere sul comportamento maltrattante. Il primo anno è cruciale, nel nostro centro ci sono uomini che seguono il percorso per anni, avendo loro stessi la volontà di cambiare”.

E che cosa le sembra diversa rispetto al percorso con le donne?
“Quando aiuti una donna ti confronti con un senso di impotenza, perché è una persona che subisce l’azione di un’altra. Lavorando con l’uomo s’interviene sul  suo comportamento. Lavori perché questa persona prenda consapevolezza delle conseguenze che le sue azioni violente hanno sulla compagna e sui figli. E perché smetta per sempre. 

Le donne non vogliono vendetta, ma che la violenza finisca. Se sapessero che denunciando, l’uomo è costretto a un percorso per interrompere la violenza, sarebbero più pronte a farlo”. 

scultura in vetro Vitae

La foto che ho scelto è la scultura in vetro che trovate a Murano, realizzata dall’artista Denise Gemin, dal titolo “Vitae”.


Tags:  alessandra pauncz Centro di ascolto uomini maltrattanti donne firenze uomini maltrattanti violenza

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