Slider / Vita da freelance / 10 gennaio 2015

Flessibile e sempre connessa, così vivo grazie al mio lavoro e non sono infelice

Il lavoro ti modifica, definisce il tuo stile di vita. È un fabbro che modella le abitudini e il pensiero. Questo succede anche quando le condizioni di lavoro non le hai decise tu. Se oggi sono forgiata alla flessibilità lo devo ai miei 12 anni di lavoro da freelance. Da quando ho iniziato a lavorare ho avuto un contratto dipendente a tempo determinato solo in due occasioni brevissime, la prima tre mesi, la seconda nove. Per il resto, se volevo lavorare, dovevo adeguarmi e farmi pagare con la nota del diritto d’autore, prima, e con l’apertura della partita iva, dopo. A dire il vero non è che a un certo punto il mio giro d’affari sia cresciuto a tal punto da giustificarne l’apertura, me l’ha chiesta l’editore di allora. Non ho fatto una piega, l’ho aperta, e oggi a distanza di tempo non ci sono le condizioni per chiuderla, ma anzi, se oggi lavoro è proprio grazie alla partita iva.

In questo senso il lavoro mi ha forgiata alla flessibilità e come tutti gli autonomi ho imparato a fare di necessità virtù, tanto che difficilmente rinuncerei alla mia condizione lavorativa (potrebbe capitare di fronte a una grande occasione). Ma soprattutto ho la sensazione che i vantaggi dei dipendenti siano erosi dagli alibi governativi di fronte alla crisi e dai reali cambiamenti del mercato economico, e che le due realtà rischino di avvicinarsi per gli aspetti peggiori, non per i diritti come quello di ammalarsi: un freelance non ne ha, non ha malattia né ferie. Ma il futuro credo non sarà di chi è inchiodato in un ufficio e spero, invece, che prima o poi i freelance si uniscano per ottenere ciò che spetta loro.

Ad ogni modo, se ci penso, l’obbligo di essere ogni giorno nello stesso posto di lavoro mi fa tanto scuola e l’idea di avere un dress code per l’ufficio mi annoia. Sì, lavoro spesso il sabato e la domenica, ma il lunedì posso decidere di non fare nulla senza dovermi giustificare e non devo avvisare alcun capo se decido di andare qualche giorno in un’altra città perché, purché io abbia una connessione, posso lavorare ovunque, magari di fronte al mare se un giorno mi va. Insomma, ho imparato a guardare il lato positivo, prima lo facevo perché l’alternativa era la disperazione, oggi lo faccio perché mi viene naturale e penso che sia stato il mio lavoro ad allenare questa capacità.

Ho paragonato il mio modo di lavorare da freelance a quello di mio padre anche lui lavoratore autonomo, ma di qualche decennio fa. Anche lui doveva procacciarsi il lavoro o lavorava il sabato, ma si autoregolava come un dipendente il più delle volte, prendendosi le sue pause e le sue ferie. Oggi essere freelance significa essere costantemente su una giostra dalla quale se scendi rischi di perderti l’occasione della tua vita, significa essere sempre pronti, un passo avanti, sempre aggiornati. All’inizio sei frastornato, ma dopo un po’ ci si abitua a essere a ciclo continuo, senza mai davvero staccare la spina, impari a incanalare le energie. A un certo punto vivi anche una fase tossica, durante la quale non puoi fare a meno di essere sempre attivo, poi impari a gestirla, a rallentare la corsa, capisci quali sono i modi funzionali a te per sopravvivere. Io li ho trovati e al momento sono questi, anche se credo che evolveranno:

1) Non ho mai vere vacanze ma mi prendo tutte le pause che voglio. Ho imparato a non farmi angosciare dalle scadenze. Quando voglio dormo, perché per me funziona la cura del sonno per recuperare energie e vivere meglio. Sono capace di stare ore davanti al computer senza staccare, per questo non ho sensi di colpa quando seguo le esigenze del mio corpo ed esco a fare una passeggiata. Se ho una scadenza alle porte non penso “Prima consegno il lavoro e poi  mi riposo”. No, prima mi riposo perché non è solo un piacere, è una necessità per la mia salute e per i risultati finali.

Le mie pause preferite sono quelle che spiego in questo post Porta la creatività in vacanza e dedicati ai sensi.

2) Ho mollato il multitasking. Ho risolto la dispersione di energie e concentrazione puntando sulla consapevolezza di fare un compito alla volta. Evito di ossessionarmi con le mail (difficilissimo!) e rispetto la to do list. La faccio ben dettagliata, su più supporti e la seguo spuntandola e rivedendola più volte. Spesso i contrattempi mi impediscono di finire un pezzo prima di iniziarne un altro, per cui mi capita di avere le bozze che lascio e riprendo in un altro momento, per questo a maggior ragione la lista quotidiana mi permette di rimanere centrata su quello che ho deciso di fare. E uso il respiro profondo per restare concentrata sul qui e ora.

3) Sono sempre connessa e non ne faccio un problema. Avere la possibilità di essere sempre online mi tranquillizza perché mi permette di essere sempre aggiornata e, anche quando sono sconnessa, so di poter accedere alle mail quando voglio per rispondere alle urgenze. Senza alcuna angoscia se mi trovo irreperibile su un atollo (in realtà in Italia basta essere in campagna). Qualche tempo fa ho letto un articolo sul Corriere della Sera sulla perenne presenza su internet: Essere sempre ‘accesi’ e connessi. Vivere tutto in tempo reale, perché a dettare il ritmo è il tempo di internet. Il rischio? Non essere più ancorati e perderci in un eterno presente”. Onestamente non temo il fatto di essere sempre sui social o in rete, non solo perché fa parte del mio lavoro, lo faccio aldilà di questo, a volte è per divertimento, per sfogo e per comunicare. Mi stupisco di chi ancora fa notare agli amici come un rimprovero “Sei sempre su facebook!” come per dire “eeeh ne sei diventato dipendente…”. Dov’è il problema? Non lo vedo se si vive anche offline, se si impara a valutare il mezzo per quello che è: una delle forme possibili di comunicazione. Sono una web editor, amo il web però scrivo anche per le riviste cartacee, leggo online ma compro ancora i quotidiani cartacei, e la domenica quando fatico a trovare un’edicola aperta li acquisto su ipad. Ho un diario che scrivo a penna ogni mattina. Vedo le amiche regolarmente fuori dall’ambiente virtuale. Di solito, poi, con loro non uso mai i social per comunicare. Non credo di perdermi nel presente senza riuscire a fare progetti futuri se vivo quasi sempre connessa, perché la mia vita ha sempre avuto un equilibrio. Internet e tutte le opportunità virtuali sono entrate a far parte della nostra esistenza e oggi, credo, siamo in grado di gestire la loro presenza senza sentirci invasi e deformati. Per me è sufficiente non perdere le altre dimensioni umane. Il fatto che Zuckerberg abbia aperto un gruppo di lettura su Facebook, che tu legga l’e-book o il libro, mi auguro sia un ottimo segnale di rivalutazione del tempo, perché nulla come la lettura, ad esempio, fa vivere la dimensione del passato, del presente e del futuro.


Tags:  eterno presente flessibilità frelance lavoro autonomo social network

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