Coaching / Slider / 19 giugno 2014

L’arte come terapia di Alain de Botton e John Armstrong

Il manuale di Alain de Botton e John Armstrong, L’arte come terapia dice una cosa semplice, e cioè che l’arte può guarire se c’è un dolore o migliorare la vita, se tutto meravigliosamente scorre. L’efficacia della terapia, dimostrata nel libro, è superiore a qualsiasi sforzo fisico ed economico necessario per impiegarla. L’arte ci fa bene. Non ha controindicazioni. E ha queste sette funzioni:

La memoria: l’arte consente di non dimenticare. Il talento di un artista sta nel distinguere ciò che vale la pena immortalare. Egli eleva “i dettagli che contano” e ce li mostra.

La speranza: “In genere quando i pittori ci mostrano un mondo migliore rispetto a quello reale, non lo fanno perché i loro occhi non sono in grado di coglierne le imperfezioni”. Lo fanno per dare speranza. “Sentirci subito appagati e acquisire una visione apertamente ottimistica della vita e del mondo – in altre parole, essere pervasi da una speranza ingiustificabile – ci fa paura”.

Il dolore: “Una cosa che l’arte può fare per noi è insegnarci a vivere meglio”. Un’opera d’arte fa questo: sublima il dolore, ossia gli dona un’altra forma, come accade per i liquidi che, attraverso il processo di sublimazione, passano dallo stato solido a quello gassoso, saltando lo stato liquido. Il dolore evapora, come il gas, con il vantaggio di aver saltato uno stato.

Il riequlibrio: “[…] vogliamo migliorare noi stessi, ma nei momenti critici perdiamo la motivazione. In tali circostanze, un’opera d’arte che ci spinga a dare il meglio di noi stessi può essere di enorme beneficio, e solo chi ha una paura maniacale dell’intervento esterno o chi si ritiene già perfetto ne sarebbe infastidito”.

La conoscenza di sé: mi sembra una funzione che non ha bisogno di spiegazioni, perché è la prima e la più immediata: un’opera ci stuzzica sempre perché “gli esseri umani non sono trasparenti a se stessi”. E allora ecco che aiuta a sollevare il velo tra noi e noi.

La crescita: l’arte ci rende incerti, perché anche se non lo ammettiamo, spesso non capiamo l’opera che ci sta di fronte, e questa mancata comprensione può portare noia o persino fastidio, ma “è quando troviamo punti di contatto con ciò che ci è estraneo che riusciamo a crescere”.

L’apprezzamento: il quotidiano fa perdere il senso della bellezza di ciò che abbiamo. Osservare un’opera aiuta a cambiare prospettiva alla realtà. E per un attimo rompe l’abitudine. “L’arte ci spoglia della corazza e ci salva dall’indifferenza sgarbata che riserviamo a ciò che ci sta intorno. Recuperando la sensibilità guardiamo le stesse cose con occhi nuovi”.

Vale la pena cercare in un’opera almeno una di queste sette funzioni. Si può provare in due modi:

1) Scegliamo l’opera (che sia un quadro o un film) in base alla funzione che in quel momento ci serve: speranza? Ricordo? Crescita? E ci lasciamo pervadere dall’opera prendendo ciò che ci dà. 

2) Scegliamo la mostra secondo l’istinto, che nove volte su dieci non sbaglia. Chiediamoci solo alla fine a quale di queste sette funzioni ha corrisposto. 

Nel libro c’è poi tutta un’altra parte meravigliosa che riguarda l’Amore.

Ma questa è un’altra storia…

amore

frase_finale

Da leggere e consultare

L’arte come terapia, Alain de Botton e John Armstrong ed. Guanda

Da vedere: una mostra che potrebbe comprendere più di una funzione Frida Kahlo Alle Scuderie del Quirinale, Roma (fino al 31 agosto).


Tags:  alain de bottom arte l'arte come terapia libri

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