Slider / Vita da freelance / 14 ottobre 2017

Quanto è difficile cambiare? La teoria dei 21 giorni che a volte c’entra e a volte no

È da moltissimo tempo che non aggiorno il mio blog. Era già prima che cambiassi lavoro, ma poi con un nuovo ruolo e nuove mansioni, mi sono fatta prendere dai cambiamenti e non ho più trovato il tempo di dedicarmi alla mia creatura. Una creatura a cui voglio bene, che qualcuno seguiva, e che era nata dopo un periodo di grande crescita personale dopo aver frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità. È stato allora che, da freelance, ho deciso di mettermi in gioco con questo blog personale per farmi conoscere come professionista e parlare attraverso i miei interessi e i miei vissuti anche di me.

In fondo il blog resta il diario personale di chi lo scrive, c’è il suo mondo, ci sono le sue conoscenze, i suoi pensieri. Non ho mai pensato di farlo morire, ma in tutti questi mesi, da febbraio ad oggi, non riuscivo mai a trovare spazio nella mente per organizzare il piano editoriale, per cercare foto, spunti, idee.

Prima che smettessi di scrivere sul blog, mi ero preparata un testo sui cambiamenti delle abitudini, che si dice si consolidino se li fai per almeno 21 giorni consecutivi.

Il testo che avevo scritto era questo:

Ho cercato prove scientifiche a sostegno della tesi che per cambiare abitudini bastano 21 giorni. C’è chi dice che di giorni invece ce ne vogliano 28. La sostanza, che nasce anche dalla nostra esperienza, è che per cambiare abitudini è necessario perdurare nel nuovo per un bel po’ di tempo prima che entri a far parte della nostra vita.

Facile dare dei numeri: 21, 28. Provate sulla pelle a fare un cambiamento minimo come cambiare strada per andare a lavoro. Il nostro pilota automatico ci metterà i bastoni tra le ruote e sarà bravissimo a farci ricominciare ogni mattina con lo stesso proposito finendo spesso per fallire.

Ci ho provato. Ho provato a cambiare strada per andare a lavoro perché mi sono resa conto che con il percorso abituale impiegavo qualche minuto in più. Perché ero abituata a quella strada? Perché è la più comoda per prendere la metro, ma per andare al lavoro in effetti potevo girare subito a destra appena uscita dal mio portone ed evitare il primo semaforo. Ci ho messo anni ad accorgermi che potevo cambiare. Poi per allargare la comfort zone ho deciso di fare questo esperimento: cambiare strada. È stata la cosa più difficile che potessi fare per esercitarmi a cambiare. Dopo due giorni che lo facevo, ricominciavo senza accorgermene a fare la vecchia strada. Altro che 21 giorni, c’ho messo molto di più ad abituarmi. Mi sono resa conto di quanto sia difficile abbandonare un’abitudine scema. Il pilota automatico ci fa riprendere vecchi schemi senza che neanche ce ne rendiamo conto. Aldilà del tempo che ci mettiamo, ho capito che per cambiare abitudini a) ci vuole una forte motivazione. B) La perseveranza. È difficile raggiungere un qualsiasi obiettivo se non perseguiamo nella direzione presa. Perseverare significa continuare anche quando l’obiettivo nemmeno si intravede, significa insistere, resistere, raggiunge e conquistare. C) Essere presenti a se stessi. Se non ci sei con la testa il pilota automatico prende il tuo posto.

Nel frattempo quella strada per andare al lavoro non la faccio più. Ho cambiato. Cambiato tutto. Adesso prendo il treno e vado in un’altra nazione. Per abituarmi a prendere il treno ci ho messo meno di 21 giorni. Ovvio, ero costretta. Le circostanze esterne ci fanno cambiare abitudini senza troppe pippe. Però poi, mi sono trovata ad affrontare un cambiamento enorme, quello del passaggio da freelance a lavoratore dipendente e soprattutto al ritorno dentro le dinamiche aziendali, quelle delicate questioni fatte di rapporti personali.

Non che da freelance siano meno importanti le relazioni, tutto il contrario, le public relation sono fondamentali, ma sono public, cioè aperte, libere, puoi decidere di lavorare con chi ti sta a genio.

Nelle aziende i rapporti sono fatti di equilibrio, pesi e misure in cui è necessario sviluppare una certa abilità (che con il tempo può diventare una qualità) perché tutto vada per il meglio. Per cercare di essere una perfetta equilibrista (meglio di Philippe Petit) sono qui alle 5 del mattino a scrivere… Perché in questo caso 21 giorni sono passati da un pezzo e a gestire certe dinamiche ci vuole un lungo esercizio. Il fatto è che sono terrorizzata all’idea che possa tornare a tormentarmi lo stress lavoro correlato. La mia sfida in questo caso è non permettere al pilota automatico di farmi commettere gli errori del passato. Perché il rischio è che io perda, per paura di rivivere certi incubi, l’occasione di vivere una delle esperienze più importanti della mia vita. Di non cogliere appieno la bellezza di questa nuova avventura, di non crescere professionalmente e di non evolvere come persona. E allora faccio appello ai tanti bei insegnamenti che ho appreso come coach e punto sull’unica arma che valga la pena sfoderare sempre: l’autenticità. Mi sto mettendo in gioco io così come sono. Come sto facendo ora scrivendo. So che addosso può piovermi di tutto, ma so anche di essere resiliente come il giunco.

 


Tags:  cambiamento resilienza stress lavoro-correlato

Bookmark and Share




Previous Post
Autopubblicare un libro è gettare un seme e far crescere un progetto







You might also like




0 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *



More Story
Autopubblicare un libro è gettare un seme e far crescere un progetto
Dal 28 novembre (ma è solo un caso che coincida con il Cyber Monday) fino al 5 dicembre 2016, l'ebook Il kit del cambiamento...