Le riviste di moda sono diventate vintage?

Le riviste di moda sono diventate vintage?

Quando un momento che credi attuale viene raccontato in una fiction, improvvisamente t’accorgi che è passato. Subisce un processo di invecchiamento istantaneo e tu provi un forte sentimento di nostalgia. È quello che mi è capitato vedendo la fiction Made in Italy su Canale 5. La storia di una promettente giornalista che lavora nella ruggente Milano per la rivista di moda Appeal durante gli anni 70. Agli albori della crescita editoriale e pubblicitaria figlia degli anni ’80 dove le riviste di moda hanno proliferato insieme al sistema moda.

Quell’effetto vintage m’ha dato un colpo: un Armani giovane interpretato da Raul Bova, Valentino in ascesa, l’arrivo di Versace, una Miuccia Prada non ancora Prada.

Vedendo la prima puntata ho pensato che quando un momento storico viene raccontato in una fiction o in un film vuol dire che è concluso. Effetto amarcord. L’operazione vintage suscita di colpo un sentimento di nostalgia come se quello che stai vedendo è ormai perso per sempre. Le riviste di moda che da piccoli giornali diventano grandi magazine, gli scriventi che diventano grandi firme…

Le riviste di moda oggi sono brand multipiattaforma

Oggi sembra che un giornale nasca già vecchio, ma non perché viene stampato, non è il supporto a fare la differenza, ma l’idea. In ogni caso un prodotto digital non ha quella patina e di fatti non si può usare l’aggettivo patinato associato alla carta di lusso.

Pubblicare una rivista oggi è incerto. Non è sicuro che possano mantenerla i lettori (sempre meno) non è sicuro che possa mantenerla la pubblicità soprattutto ora che la moda è messa in ginocchio dalla pandemia.

E, infatti, la fiction sembra decretare la fine di un’epoca per la moda e in parte di quel giornalismo che l’ha raccontata. Quel binomio che ha dato voce alle grandi firme italiane del fashion system: Krizia, Missioni, Fiorucci e già citati Armani, Valentino, Versace.

La moda in attesa di un nuovo inizio

La moda è tra i settori più colpiti nel 2020 ed è in attesa di ripartire. Non sarà il 2021 che decreterà la svolta, ma il sistema si sta rimettendo in piedi e forse è la sostenibilità a dargli gambe più solide. Indietro non si torna. E quindi sì, quel mondo è finito in una fiction telvisiva di qualità anche poco esaltante, che ci ricorda i bei tempi andati, quando si viaggiava per un servizio di moda, quando le idee venivano accolte, rispettate e pagate profumatamente. Non che prima non mancassero i problemi, la concorrenza, la competizione spietata, la rivalità, ma c’era anche la possibilità di arricchirsi e far carriera. Giusto per raccontare la trama della fiction, che sa di pura finzione cinematografica con poca aderenza alla realtà, la protagonista passa da redattrice a direttore della rivista senza step intermedi.

È finita quell’epoca? Le giovani giornaliste fanno bene a studiare da social media manager e da creator. O ancora a raccontare quel mondo da brand journalist, figure professionali che negli anni in cui è ambientata la fiction non erano neanche immaginate. La serie è dedicata a Franca Sozzani che oggi avrebbe saputo inserire queste figure nel suo staff e fare delle riviste di moda un sistema di contenuti.

Chissà cos’ha in mente Canale 5: farci provare nostaglia per la moda e le riviste di moda? Visto che subito dopo la serie Made in Italy ha trasmesso il film Coco avant Chanel con Audrey Tautou e nel palinsesto di febbraio ha inserito pure quel gran classico de Il diavolo veste Prada.

Foto di Rita Morais da Unsplush

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