Le sette dee della mitologia greca: Artemide, Atena, Estia, Era, Demetra, Persefone e Afrodite rappresentano archetipi femminili, ovvero modelli di comportamento che ogni donna porta in sé in misura diversa, secondo la psichiatra Jean Shinoda Bolen. Divise in dee vergini (indipendenti), dee vulnerabili (che si completano nella relazione) e Afrodite unica alchemica, non si escludono a vicenda ma coesistono e si alternano nel corso della vita. Conoscerle è un modo per riconoscersi.
C’è l’almond mom, la gummy bear mom, e ora la butter mom, l’ultima arrivata, la più cercata. Nel 2026 stiamo classificando le madri con il cibo, e quando una parola esplode così in fretta sta trovando qualcosa che aspettava di essere nominato. Il cibo è il primo terreno su cui una madre esercita potere, ed è anche un proxy: quello che succede a tavola rivela molto di più. Chi cerca butter mom non sta cercando una categoria sta cercando un permesso retroattivo che nessuno concederà mai.
Nel 2011 ho vissuto quello che oggi si chiama stress lavoro correlato. Da allora ho lavorato in Mondadori, Mediaset, Hearst e in diverse startup. Quello che ho capito è che il burnout non è una debolezza individuale — è un problema strutturale. E nominarlo è il primo atto di cura.
Perché non siamo solo più distratti, ma viviamo dentro un’economia che compete per la nostra attenzione e cosa significa, davvero, “prestare attenzione”.
l lavoro di oggi non si limita a sottrarci energie: modifica il nostro modo di essere. Ricerche e studiosi come Sennett e Rosa mostrano come l’accelerazione, la pressione costante e l’assenza di confini stiano erodendo pazienza, gentilezza e capacità relazionali. La gentilezza diventa un lusso, il tempo interiore scompare, e molti finiscono in un addestramento emotivo silenzioso che conduce al burnout o alla moral injury. Non è il lavoro in sé, ma la sua mutazione a renderci più cinici, chiusi e distanti. La domanda da farsi non è solo “che lavoro faccio?”, ma “che persona mi sta facendo diventare questo lavoro?”.
Negli ultimi giorni la storia della famiglia che viveva nel bosco abruzzese è entrata nei nostri schermi e nelle nostre conversazioni. Una vicenda difficile, complessa, che non va semplificata con…
Il minimalismo emotivo è la nuova forma di sobrietà interiore. Non si tratta solo di “comprare meno”, ma di sentire meno, reagire meno, pretendere meno. È una risposta alla stanchezza…
L’articolo esplora il paradosso della solitudine in un mondo sempre connesso. Nonostante la costante presenza digitale, molte persone si sentono più isolate. Il report 2025 dell’OMS evidenzia che una persona su sei ha vissuto solitudine, con effetti negativi sulla salute.
Si analizzano i cambiamenti sociali: l’aumento delle donne single e autonome, la solitudine maschile ancora poco visibile, e la condizione di anziani e giovani. Il testo invita a ripensare il senso della “connessione” e a immaginare nuove forme di legame e appartenenza nella società contemporanea.
Cos’è la Slow Productivity e perché può rivoluzionare il modo in cui lavoriamo?
La filosofia di Cal Newport propone un nuovo approccio al lavoro cognitivo: fare meno per fare meglio, seguendo tre principi chiave – ridurre i progetti attivi, lavorare a un ritmo naturale, essere ossessionati dalla qualità. In un contesto dominato dalla frenesia e dal burnout, la slow productivity offre una strategia concreta per ottenere risultati sostenibili, riscoprendo attenzione, significato e benessere.
In un mercato che chiede visibilità continua, l’identità professionale diventa una narrazione da costruire e aggiornare nel tempo. Questo articolo esplora il rapporto tra lavoro, storytelling di sé, self branding e ricerca di autenticità, con una riflessione su come cambia il modo di raccontarsi a 30, 40, 50 anni. Un’analisi sociologica e personale su cosa significa oggi “essere riconoscibili” nel lavoro, senza snaturarsi.