Ci sono giorni che sembrano fatti apposta per ricominciare. Il primo settembre, il primo gennaio, il lunedì, il compleanno. Non è una sensazione vaga: gli economisti comportamentali le chiamano temporal landmarks, ovvero, pietre di confine nel tempo, e producono quello che si definisce il fresh start effect. Dai, Milkman e Riis, studiosi di scienze comportamentali. lo hanno misurato: nei giorni che segnano un inizio le persone si iscrivono in palestra, aprono un conto, cercano “come si fa a” più spesso che in qualsiasi altro momento. La motivazione a cominciare qualcosa cresce di colpo: avere una data importante in calendario per iniziare qualcosa è che se quella stessa data ci ha dato il permesso.
Il meccanismo è semplice, e per questo funziona. Una data significativa traccia una riga tra chi eravamo e chi vorremmo essere. Da una parte finisce la persona che non ha letto e non si è mossa. Dall’altra ne comincia una nuova, ancora senza errori. La riga ci libera dal peso dei tentativi falliti: quelli stanno nel “prima”, non contano più. Ricominciare a settembre è comodo esattamente per questo. Le vacanze chiudono una stagione, il rientro ne apre un’altra, e in mezzo c’è una soglia oltre la quale ci concediamo di essere diversi.
L’effetto di un giorno che vorremmo per sempre
Ma la stessa riga che ci dà il permesso fabbrica anche la colpa. Il picco di motivazione che una data accende ha una scadenza incorporata. Funziona perché è legato al calendario, non a noi e, infatti, quando l’energia del primo settembre si consuma, di solito verso metà mese, la lista dei buoni propositi si sgonfia. L’errore che commettiamo è considerare quel calo come un difetto di volontà, quando è la fisiologia dell’effetto stesso. Abbiamo scambiato una spinta temporanea per il carattere. Ci eravamo sentiti prontǝ, e invece era solo la data a esserlo.
La cultura dei buoni propositi ha una sola risposta a questo sgonfiamento: più disciplina. Come se il problema fosse la quantità di sforzo, e non il fatto che abbiamo caricato un’intenzione fragile sulle spalle di un giorno. È la retorica che trasforma ogni ricominciare mancato in un processo a noi stessi.
C’è una differenza tra scegliere e rincorrere, e settembre la rende visibile. Rincorrere è aggrapparsi all’ennesimo proposito perché serve a dimostrare qualcosa: che non siamo rimastǝ indietro, che questa volta ce la faremo. Scegliere è un’altra cosa. È usare la soglia per cominciare qualcosa che non deve servire a niente come leggere un libro perché sì, imparare a ricamare senza che diventi un mestiere. Nel primo caso la data è un processo in cui ci misuriamo, mentre, nel secondo è solo un buon posto da cui partire.
Il fresh start effect è reale
Il fresh start effect è reale, la soglia che traccia funziona davvero. Perciò usare una data speciale per inziare qualcosa va bene, il punto non è smettere di ricominciare a settembre: è decidere cosa farne di quel permesso. Lo consideriamo un esame su quanto valiamo, o l’occasione di scegliere qualcosa per il gusto di sceglierlo?
Quest’anno la lista non l’ho scritta come si scrivono i buoni propositi. A settembre ho ripreso le cose che avevo messo in pausa d’estate, una lista lunga, ma di cose vecchie e non nuove. Non pretendo di esaurirla in un mese, e soprattutto non pretendo che ogni voce abbia un valore fondamentale. Alcune sono solo attività di vita comune, e restano tali. Riprenderle non mi rende una persona nuova. Le riprendo e basta.