Che caffè ordini? L’oroscopo dei dati e l’effetto Barnum

Che caffè ordini? L’oroscopo dei dati e l’effetto Barnum

Se cerchi un flat white sei una persona dai gusti classici: ti metti volentieri il completo, la tua serata ideale è a teatro a vedere un balletto, il tuo colore è il rosso e il tuo animale è il cavallo. Città del cuore? Singapore. Questo, almeno, è ciò che pensa Google, in quanto motore di ricerca, e ora anche analista di dati e personalità. Se cerchi, invece, un semplice latte sei una persona romantica che ama l’arte, viaggia appena può, sogna l’Italia e ha un cane. Mentre, se bevi il caffè nero sei una persona pratica, vai in palestra, la sera balli e hai sempre la valigia pronta.

Sembra un test di quelli che un tempo facevo su Cosmopolitan. Sono profili che Google ha pubblicato quest’anno incrociando le ricerche degli americani: cinque caffè (nero, cold brew, cortado, flat white, latte) e per ognuno un ritratto con colore, luogo, hobby e bevanda alternativa. Lo studio è stato svolto solo negli Stati Uniti con dati del 2026, nessuna spiegazione su come siano stati costruiti. Una curiosità, insomma.

Mi è sembrata comunque una curiosità strana, e tra tutte quei caffé citati da Google che gli americani bevono, io onestamente non avrei cercato nemmeno uno, perché avrei cercato un espresso. Però se mi siedo l’espresso non arriva mai da solo: ci scappa un dolce, oppure diventa un americano, che in quasi tutti i bar italiani è un espresso con dentro l’acqua calda. E non ci vado quasi mai da sola. Anzi, ora che ci penso, al bar ci vado pochissimo.

Nessuno dei cinque profili parla di me. Eppure a tanti sembrano azzeccati, e il motivo è molto più vecchio di Google.

Perché ci cascano tutti

Nel 1948 lo psicologo Bertram Forer fa compilare un test di personalità ai suoi 39 studenti. Una settimana dopo consegna a ciascuno il suo profilo e chiede quanto sia azzeccato, da 0 a 5. La media è 4,26. Solo che il profilo è lo stesso per tutti, e Forer l’ha messo insieme copiando frasi da un libro di astrologia. Roba tipo: hai un gran bisogno di piacere agli altri, a volte sei estroverso e a volte riservato, hai capacità che non hai ancora tirato fuori.

Forer pubblica i risultati nel 1949, e nel 1956 Paul Meehl dà al fenomeno il nome con cui lo conosciamo ancora: effetto Barnum, come l’impresario del circo che aveva qualcosa per tutti.

Il trucco è che una descrizione vaga e gentile trova sempre un aggancio. Il lavoro lo facciamo noi: ci teniamo i pezzi che ci somigliano, ignoriamo il resto e poi diciamo che il test ci ha capiti. Con Google c’è un passaggio in più. “Ama il balletto e i cavalli” non sembra affatto vago, sembra una cosa specifica. Ed è proprio quel dettaglio a rendere credibile tutto il resto.

L’oroscopo con i numeri

L’oroscopo, almeno, non fa finta. Nessuno pensa che i Gemelli siano stati misurati in laboratorio, e chi lo legge lo sa benissimo. Il profilo di Google invece arriva con il timbro della statistica, e quando c’è un numero di mezzo ci viene spontaneo pensare che qualcosa di vero ci sia.

In realtà c’è una correlazione: tra le persone che cercano il flat white, balletto e cavalli spuntano più spesso che altrove. Vuol dire che certe ricerche tendono a viaggiare insieme. Non dice niente del carattere di nessuno, e nemmeno che a cercare le due cose sia stata la stessa persona. Il ritratto lo aggiunge chi racconta i dati.

Byung-Chul Han, in Psicopolitica, lo chiama dataismo: l’idea che i dati ci aiutino a conoscerci meglio. Il problema è che indietro non ci torna conoscenza, ci tornano profili. E i profili servono soprattutto a chi deve prevedere cosa faremo, e magari spingerci a farlo.

Nei ritratti di Google si vede benissimo. Chi beve il latte sogna l’Italia e come alternativa prende un matcha latte. Sembra la pagina di un catalogo di viaggi: ci descrivono con le stesse categorie con cui ci vendono le cose.

Dimmi cosa bevi

Che il gusto dica qualcosa di noi non l’ha scoperto Google. Nel 1979 il sociologo Pierre Bourdieu pubblica La distinzione, un grande studio sul gusto dei francesi. La sua idea, diventata un classico, è che il gusto non sia una faccenda privata: classifica le cose che scegliamo e, soprattutto, classifica noi che le scegliamo.

Col caffè succede da sempre. Il cortado ordinato come se fosse la cosa più normale del mondo, il latte d’avena, il bicchiere della catena giusta in mano: ogni ordinazione è un piccolo biglietto da visita, per il barista, per chi è in fila e per chi vedrà la foto.

La differenza è chi legge quel biglietto. Prima erano gli altri, a occhio, sbagliando spesso. Adesso il giudizio ce lo consegna già pronto una piattaforma, sotto forma di personalità. Come lo Spotify Wrapped di dicembre: un ritratto impacchettato da condividere, senza la fatica di costruirlo. Ci piace sentirci descritti, anche quando dietro c’è solo una statistica.

Quando il caffè diventa merenda

Negli stessi dati c’è anche un’altra storia, più golosa. Le ricerche di sciroppi per il caffè sono triplicate in cinque anni e quest’anno non sono mai state così alte. Il gusto di latte che cresce di più è il banana bread, e l’iced banana bread matcha (esiste davvero) fa +1.850%. Dietro arrivano cookie butter, ube, pistacchio e caramello.

Negli Stati Uniti il caffè sta diventando una merenda, una coccola zuccherata da concedersi ogni giorno. È la stessa comfort culture americana di cui ho già scritto, fatta di piccoli premi garantiti dentro una giornata qualunque. E rispondere alla domanda “che tipo di persona sono?” è più facile quando la risposta sa di torta.

E io, cosa ordino?

Nei cinque profili l’espresso non c’è, ed è l’unico caffè che so di bere davvero. Sarà una questione tecnica, di volumi di ricerca. Ma spiega anche perché con me il gioco non funziona.

Google immagina una persona sola davanti al menu, che scegliendo si racconta. Il mio caffè va diversamente. Al banco è un espresso bevuto in piedi e pagato uscendo, mezzo minuto in tutto. Al tavolino dipende da chi c’è e da quanto tempo abbiamo: arriva un dolce, l’espresso si allunga, e decide più la chiacchierata che io. E siccome al bar ci vado poco, ogni volta è un’occasione, più che un’abitudine.

Ecco cosa vuol dire. Il mio ordine non dice chi sono, dice con chi sono e quanto mi fermo. È l’unica informazione che Google non può avere, perché non passa da nessuna ricerca: succede a un tavolino, tra due persone, e resta lì.

Foto di Louis Hansel su Unsplash

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