Ieri mio padre è andato a fare la spesa. Ha girato più supermercati: uno l’ha trovato chiuso, negli altri gli scaffali erano vuoti. È tornato a casa con due barattoli di pesto, gli unici rimasti, e li ha presi entrambi perché non sapeva quando avrebbe trovato altro. Me l’ha raccontato al telefono senza un filo di rabbia. Ha ottant’anni e di piazze piene ne ha viste parecchie, insieme a tutte le richieste che dopo quelle piazze sono finite nel nulla. Secondo lui anche questa protesta non arriverà lontano. Lo dice con il disincanto di chi ha imparato a non farsi illusioni, e intanto non si lamenta di niente.
Io sono di Cerignola. Sessantamila abitanti in provincia di Foggia, in mezzo al Tavoliere. Da più di una settimana è una delle città in prima fila nella protesta che ha fermato il Sud.
Cosa sta succedendo
Dal 12 ottobre tir e trattori bloccano le uscite dell’A14 e dell’A16 e la statale 16. La miccia è il gasolio: lo sconto sulle accise è finito il 6 ottobre e il prezzo medio è risalito intorno ai 2,30 euro al litro. Per un’impresa di autotrasporto il carburante vale tra il 35 e il 40 per cento dei costi. Gli agricoltori ci aggiungono i fertilizzanti, la manutenzione dei mezzi e un prezzo dell’olio sceso proprio mentre tutto il resto saliva.
Vincenzo Pinnelli, agricoltore e autotrasportatore di Cerignola, è diventato il portavoce della protesta. La sua sintesi, raccolta dal Post, è questa: «Abbiamo deciso di non lavorare più e di spegnere l’intera città finché dal governo non ci daranno qualche risposta». La richiesta è precisa: 40-50 centesimi in meno al litro sul gasolio agricolo e industriale, da subito. «Non di qualche centesimo», ha ripetuto.
E la città si è spenta davvero. Negozi chiusi, campagne ferme, ristoranti che cucinano per chi sta ai presìdi. Il 16 ottobre in piazza Duomo c’erano alcune migliaia di persone, e non erano solo camionisti e agricoltori. C’erano i commercianti, gli studenti, i pensionati. Gente che da un blocco ha soltanto da perdere, almeno nell’immediato, e che ha abbassato la saracinesca lo stesso.
Perché a Cerignola uno sciopero è una cosa seria
Per capirlo bisogna sapere chi era Giuseppe Di Vittorio. Nato a Cerignola nel 1892 in una famiglia di braccianti, perse il padre da bambino e cominciò presto a lavorare nei campi. Studiò da autodidatta, di notte, e da ragazzo era già tra i braccianti che si organizzavano contro i proprietari terrieri del Tavoliere, in un’epoca in cui il lavoro si contrattava in piazza, a giornata. Fu deputato, venne perseguitato dal fascismo, visse in esilio in Francia. Nel 1944 firmò il Patto di Roma, da cui nacque la Cgil unitaria, e ne rimase segretario generale fino alla morte, nel 1957.
A Cerignola il suo nome non è solo una statua o una targa, è un pezzo dell’identità della città, e i manifestanti dicono apertamente di ispirarsi a lui. Per questo lo sciopero, qui, ha una specie di religiosità. Nessuno si sognerebbe di bloccare una città per fare scena o per prendere in giro qualcuno. Lo si è visto dalla partecipazione: larga, composta, presa sul serio da chiunque.
Lo storico inglese Edward P. Thompson, studiando le rivolte per il pane nell’Inghilterra del Settecento, parlava di «economia morale della folla». La gente non scendeva in piazza soltanto per fame: ci scendeva perché un prezzo giudicato ingiusto violava un’idea condivisa di ciò che era lecito chiedere. Il gasolio a 2,30 euro, per chi con quel gasolio ci lavora, funziona allo stesso modo. Più che un numero, è un torto.
Nei giorni scorsi al presidio di Cerignola Est si è presentato Gianni Alemanno, ex ministro dell’Agricoltura. È stato invitato ad andarsene. «Nessuno in Parlamento ci ha dato risposte», ha detto Pinnelli. Un altro camionista ha aggiunto la frase che, a mio avviso, spiega meglio di tutte questa protesta: «Qui non vi cacciamo, ma non saremo il vostro sfondo per le dirette televisive».
Tutto il Sud
Cerignola non è un caso isolato. Nel giro di pochi giorni si sono fermate Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata e Campania. Presidi al porto di Gioia Tauro e all’aeroporto di Lamezia Terme, tir davanti al molo Santa Lucia di Palermo, uscite autostradali chiuse a Nola e a Nocera, distributori a secco a Potenza. In Puglia, secondo Eni, metà delle stazioni Enilive è rimasta a secco. Il ministero dei Trasporti ha convocato le associazioni di categoria per il 27 ottobre.
Perché proprio il Sud? Paolo Uggè, presidente della Fai, la federazione degli autotrasportatori, ha dato una spiegazione che vale la pena tenere a mente: nel Mezzogiorno l’autotrasporto è fatto di piccole e piccolissime imprese, spesso di un solo camion, con pochissimo potere contrattuale verso i committenti. Quando il gasolio sale, al Nord lo assorbe un’azienda strutturata. Al Sud lo paga direttamente una famiglia.
Il video nella chat di famiglia
Da giorni nella chat di famiglia ci mandiamo i video della protesta. Quelli dei presìdi, quelli delle strade vuote, quelli girati in piazza. Uno l’abbiamo condiviso più degli altri: un signore che parla davanti alla telecamera di un telefono, a braccio, e fa un discorso bellissimo.
È un contadino calabrese e parte da lontano. Ricorda che per un pezzo di terra, in passato, i contadini sono stati anche ammazzati. Poi, con la riforma agraria tra la fine degli anni Quaranta e tutti gli anni Cinquanta, le terre sono arrivate. Ma, ci tiene a dirlo, sono state pagate. Da quel momento chi lavorava i campi ha avuto per la prima volta l’autonomia alimentare. Secondo lui i contadini sapevano che le cose fondamentali erano la salute, il cibo e la cultura, e le hanno conquistate in ordine. Prima il cibo, poi il riscatto sociale: hanno fatto studiare i figli perché potessero confrontarsi alla pari con il mondo intero. Quei figli oggi sono costretti ad andarsene

Il centro del suo discorso è che sottovalutiamo la gente che lavora la terra. Ha ragione. La consideriamo un pezzo di folklore, un’immagine da spot del Mulino Bianco, e ci dimentichiamo che senza di loro i supermercati di mio padre restano vuoti non per una settimana ma per sempre.
I telefoni e la televisione
Quei video non li ho visti in un telegiornale. I social ne sono pieni, mentre la televisione generalista ha dedicato alla protesta qualche collegamento sparso, come quello del Tg4 nel pomeriggio di sabato. Per una settimana in cui un pezzo d’Italia è rimasto a corto di carburante e di cibo fresco, è pochissimo. E non credo sia distrazione: le scalette si decidono a Roma e a Milano, e il Tavoliere da lì non si vede.
Il sociologo Manuel Castells la chiama «autocomunicazione di massa»: le persone producono e fanno circolare da sole le proprie informazioni, orizzontalmente, senza passare dai canali tradizionali. Nel suo Reti di indignazione e speranza descrive i movimenti nati così, dalle primavere arabe a Occupy. Il sud non ha bisogno del permesso di nessuno per raccontarsi. Ha i telefoni, le chat, i gruppi Facebook dove ogni presidio ha la sua diretta.
La cara vecchia stampa, intanto, non riesce a tenere il passo. Ho lavorato abbastanza anni dentro le redazioni per sapere che i palinsesti si chiudono giorni prima, un inviato costa, le sedi locali sono state chiuse una dopo l’altra, ogni notizia passa per riunioni, linee editoriali, equilibri. Sono sovrastrutture che servivano a garantire la qualità e che oggi soprattutto rallentano. Il risultato è uno scollamento evidente tra la gente, gli strumenti che la gente usa e chi dovrebbe rappresentarla, in politica come in tv. In Italia, poi, la televisione risponde alla politica, e una protesta che caccia i politici dai presìdi è una storia che chi governa i palinsesti preferisce non raccontare.
E il Nord
Negli stessi giorni anche il Nord è in piazza, con una grammatica completamente diversa. Il podcast Il Mondo di Internazionale, nella puntata con Leonardo Bianchi, mette in fila quello che succede in Francia e nelle città del Nord Italia, e lo stesso giornale ha pubblicato un articolo molto chiaro di Fernando Albero, tradotto da El País. In Francia la mobilitazione dura da oltre un mese: è partita dai liceali per la crisi della scuola pubblica e il 17 ottobre si sono uniti gilet gialli, sindacati, agricoltori e trasportatori. In Italia, nella notte tra sabato e domenica, ci sono stati scontri e saccheggi a Milano, Torino, Bologna, Brescia e Bergamo: 141 agenti feriti, 160 persone fermate, molte minorenni.
La radice è la stessa: carovita, precarietà, la sensazione di non avere un futuro. Secondo i dati citati da Internazionale, in Italia il 69 per cento degli under 30 non si sente rappresentato dalla classe politica. La sociologa Donatella della Porta parla di «generazione Gaza», cresciuta nelle piazze per la Palestina.
La forma, però, è opposta. Al Nord protestano ragazzi giovanissimi, di notte, anonimi, contro le vetrine. Al Sud protestano adulti, di giorno, con i camion parcheggiati in fila e un portavoce con nome e cognome. Al Nord la rabbia non ha una storia a cui appoggiarsi. Al Sud ne ha una lunga più di un secolo, e porta il nome di un bracciante diventato segretario della Cgil. In entrambi i casi la politica resta fuori: a Milano la ignorano, a Cerignola glielo dicono in faccia.
Mio padre ha messo i due barattoli di pesto in dispensa. È convinto che dureranno più della protesta. Questa volta spero che abbia torto, e non glielo dirò.
Cover: foto di Carmen Quarto (mia zia).