In un corteo contro il carovita nessuno arriva secondo

In un corteo contro il carovita nessuno arriva secondo

Le facce sono quelle arrabbiate degli studenti e dei migranti, quelle stanche degli autotrasportatori, quelle disilluse del ceto medio. Sono tutte le nostre facce che siamo lì a guardare che cosa sta succedendo nelle nostre città nelle ultime settimane e non ci capacitiamo di come il governo, i politici in generale, non siano riusciti ancora a leggere questa rabbia, questa stanchezza, questa disillusione e pretendono di risolvere mettendoci pezze insufficienti senza mai avere il coraggio di rifondare davvero tutta la nostra società. Perché questo è il punto: siamo arrivati al momento in cui nessuna manovrina potrà mai cambiare le cose, serve una “rivoluzione”, ormai parola vecchia e abusata, un rivoltamento strutturale. Cambiamo. Cambiamo tutto. Stiamo chiedendo di ristrutturare profondamente le fondamenta sociali perché queste non ci reggono più.

Tre anni fa ho scritto un libro su cosa significa arrivare secondi esasperata dalla corsa a cui hanno voluto abituarci. Quella competizione per essere il migliore, il numero uno, il più amato e apprezzato. Alzando la testa dalla mia gara in solitaria mi sono accorta che gli altri stavano correndo la stessa gara, come me, col fiato corto.

Una gara da soli

Il filosofo Byung-Chul Han ha un’espressione precisa per questa condizione: il soggetto della prestazione. È quello che si crede libero perché nessuno gli dà ordini, e intanto si sfrutta da solo, con molta più efficienza di qualsiasi padrone. Quando non ce la fa, non se la prende con il sistema, in realtà si vergogna di sé stesso, pensando di essere lui il problema. In Psicopolitica Han scrive che al posto della rivoluzione arriva la depressione. Ed è quello che è successo a questa società.

Fino a questo momento.

L’individualismo in cui siamo cresciuti, e in cui ci hanno insegnato a prosperare, ci ha promesso libertà. In cambio ci ha tolto lo sguardo. Ci ha lasciato una visione ridotta, annebbiata, dei nostri diritti e di quello di cui abbiamo bisogno. Anche delle nostre responsabilità, perché chi guarda solo se stesso smette di sentirsi responsabile di qualcun altro.

Una parte di responsabilità è nostra, non c’è autoassoluzione. Ma quando in tanti non riusciamo più a pagare un affitto o a immaginare il prossimo anno, il problema smette di essere un fatto privato. Il sociologo Charles Wright Mills lo spiegava già nel 1959: un uomo disoccupato è un guaio personale, milioni di disoccupati sono una questione pubblica. La chiamava immaginazione sociologica, la capacità di vedere la propria biografia dentro la storia.

Le piazze

Venerdì in settanta città d’Italia sono scesi in piazza studenti e lavoratori, contro il carovita e contro i soldi spesi in armi.

Il dottor Alfredo Rapaggi, nel podcast Nodi relazionali, lo spiega così: l’adolescenza è l’epoca della ribellione, cioè dell’affermazione di sé. Dopo un periodo infantile di adattamento alla famiglia e alla società, arriva il momento di agire secondo la propria predisposizione personale relazionale. Rispetto agloi adulti, gli adolescenti agiscono, su questa spinta energetiva vitale vanno in piazza e protestano.

In una foto del Corriere della Sera, su un cavalcavia sopra il corteo, c’è uno striscione giallo: «Gen Maranza». Maranza è la parola con cui si liquidano questi ragazzi. La tuta, il cappuccio, il modo di parlare. Una categoria pronta, che risparmia la fatica di chiedersi chi c’è dentro.

In un corteo nessuno arriva primo e nessuno arriva secondo. Si cammina allo stesso passo, e conta quanti si è.

Cosa chiedono

Eppure lo sguardo di chi governa, e spesso anche di chi racconta, torna sempre lì: su chi soffia sul fuoco, invece che sul fuoco. E quindi sulla felpa, invece che sulla faccia.

Il filosofo francese Emmanuel Levinas ha fondato un’etica intera sul volto. Per lui il volto dell’altro chiede qualcosa ancora prima di parlare, e chi lo guarda non può più fare finta di niente: diventa responsabile. Una felpa si può classificare. Un volto no.

Alla politica, a tutta, chiediamo questo: alzare lo sguardo dalle felpe e guardare in faccia. Chi lo fa capisce che le pezze non bastano più, e che le fondamenta vanno rifatte.

Torna in alto