Lavorare ci sta rendendo persone peggiori?

Lavorare ci sta rendendo persone peggiori?

Lavorare ci rende persone peggiori? Non intendo più stanchi o nervosi. O ancora poveri. Ma più chiusi, diffidenti, cinici, meno disponibili all’ascolto e soprattutto alla lentezza. E sicuramente meno generosi con l’errore. È una sensazione che non nasce dal nulla. Il sociologo Richard Sennett, già vent’anni fa, spiegava come il lavoro moderno ormai completamente instabile e competitivo non formi più il carattere ma lo eroda: indebolisce la nostra pazienza, la continuità e la capacità di cooperare. Anche il sociologo Hartmut Rosa, studiando l’accelerazione sociale, mostra come la pressione del “fare sempre di più” produca un appiattimento emotivo: quando tutto corre, niente risuona davvero.

Il lavoro, così come è diventato, non ci consuma soltanto le energie. Ci consuma il carattere. Una volta si diceva che “il lavoro forma”. Formava alla costanza, alla responsabilità, alla competenza, alla fatica o almeno così ci hanno raccontato. Oggi il lavoro forma persone che rispondono alle mail come se fossero attacchi, vivono le relazioni come processi, trattano il tempo come una merce, misurano il valore in performance, interpretano il riposo come colpa. Pensiamo di non essere noi quelli cambiati, che lo siano gli altri, i colleghi, i collaboratori, i capi. Non sempre ce ne accorgiamo, perché all’inizio è solo stanchezza, che diventa irritazione, che diventa apatia. E Poi è quella sensazione sottile di non essere più come prima.

Quando la gentilezza diventa un lusso

C’è stato un tempo in cui essere gentili non era un atto eroico? Oggi sembra la dote rara di qualcuno che si è improvvisamente illumintato e ha scoperto che la gentilezza è un potere. La disponibilità e l’ascolto oggi vengono vissute come debolezze o sprechi. Il mondo del lavoro insegna a proteggersi prima ancora che a comprendere. Non perché siamo diventati peggiori, ma perché siamo diventati in difesa costante dalle scadenze, dal giudizio, dal confronto continuo, dalla sensazione di essere sempre in ritardo rispetto a una vita ideale che non raggiungeremo mai. La gentilezza richiede spazio interiore. E lo spazio oggi è la cosa più rara.

L’addestramento emotivo silenzioso

C’è una violenza che il lavoro moderno esercita senza rumore ed un addestramento emotivo. Ci insegna a non sentire troppo, a non dire troppo, a non chiedere troppo, a non esistere troppo. E nello stesso tempo a essere performanti anche quando stiamo male, a sorridere quando non abbiamo energie, a mostrarci capaci quando siamo in difficoltà, a sembrare solidi quando siamo incrinati. Crediamo di essere gli eroi del lavoro moderno, e invece è dissociazione.

La vera perdita non è il tempo ma lo sguardo

Diciamo sempre: “non ho tempo”, ma il danno più grande non è non avere tempo. È non avere più uno sguardo sulle cose, o peggio sulle nostre vite perché guardiamo meno e, di consenguenza, notiamo meno. Il lavoro occupa il centro mentale e la testa resta piena anche quando il corpo è fuori dall’ufficio.

Non è il lavoro in sé, è la sua mutazione

Non tutto il lavoro fa male, ma quello che non mette confini. Perché se siamo arrivati al punto che il passaggio tra vita privata e professionale non è più netto: stacco dal lavoro quando rientro a casa, l’occupazione lavorativa si è mangiata il margine della vita personale e non è successo il contrario. Il lavoro pretende il coinvolgimento emotivo, chiede passione, ma paga con la precarietà e usa parole umane, messe in bocca ai leader, per ottenere risultati disumani. Siamo stati spinti troppo oltre il limite del corpo. La domanda non dovrebbe essere più “che lavoro fai?” ma “che persona mi sta facendo diventare questo lavoro?”.

Quello che dicono i dati, oltre alle sensazioni

Quello che molti vivono sulla propria pelle non è solo una percezione vaga. Dal 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito il burnout come un “fenomeno occupazionale” legato a stress cronico sul lavoro non gestito con successo. Non è una malattia mentale, ma una sindrome: esaurimento, distacco o cinismo verso il lavoro, sensazione di inefficacia.

A livello globale, i dati confermano un’erosione del coinvolgimento: secondo le ricerche Gallup sullo stato del lavoro nel mondo, solo una minoranza delle persone si dichiara realmente “engaged”, mentre una quota crescente è disaffezionata, emotivamente distante o apertamente stanca. Il costo economico di questo disimpegno viene stimato in migliaia di miliardi di dollari ogni anno. Ma c’è una perdita meno misurabile della produttività e molto più visibile nella vita quotidiana: la qualità delle persone.

Amy Edmondson, docente ad Harvard, usa un’espressione chiave per descrivere le organizzazioni sane: sicurezza psicologica. È la possibilità concreta di parlare senza paura, fare domande, ammettere un errore, esporsi senza essere puniti. Dove questa sicurezza manca, le persone si irrigidiscono. Non sono più capaci di parlare, temono l’errore e alla fine non sono più spontanee al lavoro. In alcuni mestieri, come nell’ambito della sanità, dell’educazione e dell’assistenza, da qualche anno si parla anche di moral injury: la ferita che nasce quando il lavoro ti costringe ad agire contro ciò che ritieni giusto. Non avere tempo per una persona fragile, ridurre la cura a prestazione, eseguire procedure che contraddicono il senso profondo del ruolo. Le ricerche mostrano un legame diretto con ansia, depressione e disturbi post-traumatici.

Forse, allora, la domanda non è solo: “il lavoro mi sta rendendo una persona peggiore?” ma anche: “quali parti di me sto mettendo da parte per continuare a lavorare così?”.

Lo sguardo, la gentilezza, la pazienza, la capacità di restare nei conflitti senza disumanizzare l’altro. Non c’è una morale, ma una constatazione: il modo in cui lavoriamo modella il modo in cui stiamo al mondo. E val la pena, ogni tanto, fermarsi a guardare che forma sta prendendo.

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