Nel 2026, “nonna maxxing” e “cortisol maxxing” compaiono nella stessa lista di tendenze Google. Due termini che non dovrebbero stare insieme. Eppure descrivono perfettamente dove siamo: una generazione che misura lo stress come un obiettivo da raggiungere e che ottimizza la nostalgia come se fosse un protocollo di benessere.
Il suffisso che ha preso tutto
Maxxing viene dallo slang dei videogiochi e significa portare qualcosa all’estremo, massimizzarlo. Come termine d’uso comune è apparso intorno al 2022, ma nel 2026 ha raggiunto il suo punto più alto su Google, secondo i dati di Google Trends. Nel frattempo si è espanso ben oltre l’aspetto fisico: si maxxano le fibre nella dieta (fibermaxxing, +230% nelle ricerche americane quest’anno), la simmetria facciale (looks maxxing, la ricerca più popolare degli ultimi novanta giorni), il drenaggio linfatico, la terapia miofunzionale orofacciale. Si maxxano persino la solitudine (solo maxxing, ovvero, vivere da soli come scelta strategica, non come ripiego) e, appunto, la nonna.
L’idea centrale, come scrive Salon, è che qualsiasi cosa possa essere maxxata, il sonno, il profumo, lo status, e che “più” sia sempre meglio. È tutto nel nome, che rivela a che punto siamo in questo momento culturale.
Il paradosso: si ottimizza anche il contrario
Il nonna maxxing è il caso più illuminante. Secondo Il Fatto Quotidiano, il termine nasce dalla combinazione tra la parola italiana “nonna” e l’inglese “maxxing” usato sul web per indicare l’ottimizzazione di un aspetto, e fa riferimento a uno stile di vita che valorizza la lentezza e l’accudimento degli altri come principi chiave per combattere la fatica della vita contemporanea.
Il concetto ha iniziato a circolare su Instagram e TikTok tra febbraio e marzo 2026, quando un post del profilo @tallowtwins ha raccolto oltre 50mila like in pochi giorni. Da lì, riferisce Find the Slow, il termine è entrato nel mainstream internazionale, ripreso da Newsweek, Forbes, The Guardian e decine di testate sanitarie.
Cucinare da zero, camminare senza tracker, riparare invece di sostituire. Abitudini antiche riconfezionate con il linguaggio dell’ottimizzazione. Il che è esattamente il paradosso: si usa il framework della performance per promuovere il suo contrario. Lo slow living entra nel vocabolario del maxxing. Il riposo diventa un sistema e la semplicità una strategia, invece, che un modo di vivere.
A un certo punto l’ossessione per l’ottimizzazione ha fagocitato anche l’idea di smettere di ottimizzare.
Cosa c’è sotto
Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano tra i più letti in Europa negli ultimi anni, descriveva questo meccanismo in La società della stanchezza, pubblicato nel 2010, ma di un’attualità imbarazzante. Secondo Han, il soggetto di prestazione fa concorrenza a se stesso, cerca di superare se stesso, finché non crolla. Autorganizzazione e autodistruzione, qui, coincidono.
La società del XXI secolo non è più quella disciplinare. Non esiste più un modello sociale imposto dall’esterno: è il soggetto stesso ad averlo introiettato. Non c’è un padrone che impone il ritmo. Siamo noi il padrone. E questo è molto più difficile da riconoscere e da contestare.
Il maxxing è la versione Gen Z di questo meccanismo: autogestita, estetizzata, condivisa sui social come prova di consapevolezza. Come scrive ancora Salon, maxxing trasforma una generica risoluzione o aspirazione in azioni misurabili. Offre un senso di progresso e controllo. Ma è talmente totalizzante che conseguenza è l’ossessione.
Il corpo come cantiere
Looks maxxing, simmetria facciale, drenaggio linfatico, terapia miofunzionale orofacciale. Il corpo non è mai abbastanza: non abbastanza simmetrico, non abbastanza drenato, non abbastanza ottimizzato. Non è una novità assoluta: la cultura della performance corporea ha radici lunghe. Ma c’è qualcosa di nuovo nella precisione con cui adesso si interviene, e nella velocità con cui ogni pratica di cura si trasforma in un sistema misurabile con un prima e un dopo da documentare.
La domanda non è cosa ci sia di sbagliato in questo. È quando è iniziato a sembrare normale voler contrapporre all’ottimizzazione della società della performance, l’ottimizzazione della vita lenta.
La nonna non aveva un piano di ottimizzazione
Secondo Il Fatto Quotidiano, l’idea è di interiorizzare la figura della nonna che tutti vorremmo: non importa se questa figura sia fittizia, ideale, poetica. Non importa nemmeno che una nonna del genere sia mai esistita. Ciò che conta è immaginarla come un’icona di un tempo che scorre in un altro modo.
C’è qualcosa di commovente e di leggermente tragicomico in questo. Una generazione che ha bisogno di dare un nome, un framework e una logica di ottimizzazione all’idea di cucinare un ragù, di camminare senza un’app che conti i passi, di stare con le persone senza documentarlo. Come se il riposo, per essere legittimo, dovesse diventare prima una tendenza con un hashtag.
Byung-Chul Han scriveva che c’è anche una stanchezza che apre al mondo non quella che chiude e isola, ma quella che permette di fermarsi e guardare quello che c’è intorno. Non un intervallo tra momenti di lavoro, ma qualcosa di diverso.
Forse il nonna maxxing è, nonostante tutto, un tentativo goffo ma sincero di arrivare a quella stanchezza lì, che non è burnout. Ma quiete.
Foto di Skiathos Greece su Unsplash