Il chaos garden: l’arte di seminare senza un piano

Il chaos garden: l’arte di seminare senza un piano

Quest’anno milioni di persone hanno cercato su Google le stesse due parole: chaos garden. Giardino del caos. Ha a che fare con il giardino vero e proprio ma anche con il giardino personale che ognuno di noi coltiva dentro di sé.

Si semina senza schema, si lascia che le piante decidano dove andare, si rinuncia a sapere come andrà. Nessuna siepe rifilata, nessun disegno geometrico. Solo un pugno di semi, meglio se avanzati, di quelli che giacciono nei cassetti da anni, e l’intenzione di non intervenire.

È una tendenza nata su TikTok, come molte cose. Ma il fatto che stia prendendo piede adesso, tra chi vive in appartamento, chi ha un balcone e non un giardino, chi non ha mai piantato nulla in vita sua quello è interessante.

L’estetica del non-piano

C’è una parola giapponese per quella sensazione che certi spazi sanno dare certi giardini, certi oggetti, certi angoli di casa: sabi. Non è nostalgia per ciò che è andato. È qualcosa di più preciso: il riconoscimento che ciò che porta i segni del tempo senza nasconderli ha una bellezza che le cose nuove non hanno ancora. Il filosofo Kitarō Nishida la descriveva come la semplice essenzialità di qualcosa che invecchia, assumendo una bellezza del tutto nuova.

Un chaos garden riuscito è esattamente questo. Steli storti, fiori spuntati dove non erano attesi, bordi che sfumano invece di un taglio netto. Un’estetica un po’ vintage, un po’ sbadata, presa dal tempo e poi lasciata sopravvivere. Un’estica che riesce sorprendentemente bella nel suo caos. Capace di infondere quella calma che solo certi spazi “abbandonati” sanno esprimere, come le case dei nonni, come i mercatini dove si trovano oggetti che non cercavi.

Non è mancanza di cura, tutt’altro. Il terreno va preparato: smosso in superficie, sgombrato dalle erbacce più ostinate, ammorbidito con un po’ di compost se è compatto. I semi vanno scelti: fiori autoseminanti come la calendula, la borragine, i papaveri piante che una volta attecchite si moltiplicano da sole, anno dopo anno, senza chiederti nulla. Quelli che hai già va benissimo: il chaos garden nasce spesso dal cassetto dei semi dimenticati, da bustine scadute che potrebbero ancora germogliare, da miscugli di fiori selvatici comprati per curiosità. Si sparpagliano sul terreno, si coprono appena con un velo di terra, si innaffia. Poi ci si fa da parte. E si osserva mentre tutto questo cresce e, a modo suo, regala bellezza.

Non si abbandona la cura, ma l’idea che la cura debba produrre un esito controllato.

Il terreno addomesticato

Nietzsche, nel prologo del Così parlò Zarathustra, scrive che bisogna avere ancora il caos dentro di sé per poter partorire una stella danzante. Lo diceva a una folla che preferiva la comodità dell’ordine, e la folla rise. Ma il punto era serio: il terreno troppo addomesticato non può più far crescere un albero alto.

C’è qualcosa di fisicamente vero in questa metafora. Certi periodi della vita assomigliano a un terreno compattato dove sedimentano troppe decisioni, troppo controllo, troppa energia spesa a tenere tutto al posto giusto. Il chaos garden chiede l’opposto: semina lo stesso, anche se non sai come andrà. L’unica cosa che non funziona è aspettare di avere le condizioni perfette, perché le condizioni perfette non arrivano mai.

Questo vale anche praticamente. La posizione conta, almeno sei ore di sole per la maggior parte dei fiori, ma non deve essere quella ideale. Se il vaso è in ombra parziale, esistono semi adatti anche a quello. L’importante è scegliere piante adatte al proprio clima, al proprio spazio. Il resto lo decide il terreno. Alcune piante non germoglieranno. Altre prenderanno tutto lo spazio. È esattamente il punto: quello che sopravvive, sopravvive perché era adatto a stare lì. Non perché qualcuno l’ha tenuto in vita a forza.

Il cosmo che abitiamo

Bachelard, in La poetica dello spazio, scriveva che la casa è il nostro angolo di mondo, il primo cosmo in cui abitiamo e che lo spazio vissuto è sempre la topografia del nostro essere intimo. Vale anche per il giardino. Un giardino tenuto con la riga e il compasso dice qualcosa su come si abita se stessi. Un giardino a cui si permette di crescere secondo la propria logica, protetto ma non controllato, dice qualcosa di completamente diverso.

Dice che si è disposti a convivere con l’imprevedibile.

Il wabi-sabi, quella filosofia giapponese che trova bellezza nell’impermanente, nell’incompleto, nel segnato dal tempo, ha un principio specifico per questo: seijaku. La tranquillità che non è assenza di caos, ma pace dentro al caos. Non il silenzio vuoto. La quiete piena di vita che si prova in una foresta all’alba, o in una stanza dopo che l’acqua ha bollito.

Il secondo anno (anche qui il secondo vince) di un chaos garden è più bello del primo. Le piante che hanno retto tornano, si moltiplicano, occupano lo spazio in modo diverso. Qualcuna che sembrava perduta ricompare. Il giardino sviluppa una sua logica non quella che avevi in mente, ma una logica vera, nata dal posto e dalla stagione e da quello che è riuscito a restare.

È la stessa cosa che succede quando si smette di ottimizzare una parte della propria vita e si scopre che quello che cresce da solo, fuori dal piano, è spesso la parte più interessante.

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