C’è l’almond mom, la gummy bear mom, e ora anche la butter mom. Nel 2026 stiamo classificando le mamme con il cibo. L’ultima arrivata è anche la più cercata secondo Google Trends: +1.290% di ricerche in un solo mese. Si potrebbe liquidare come l’ennesima etichetta dei social, e invece vale la pena fermarsi, perché quando una parola nuova esplode così in fretta di solito sta trovando qualcosa che aspettava di essere nominato.
Il catalogo alimentare delle madri
L’almond mom è quella che conta. Conta le calorie, le porzioni, i commenti serviti con la stessa naturalezza con cui apparecchiamo la tavola. Non sempre con cattiveria, spesso con quella forma d’amore storto che si chiama controllo. È la madre che ti guarda il piatto e dice qualcosa, anche quando non dice niente.
La gummy bear mom è l’opposto: tutto permesso, nessuna regola, il cibo come trattativa permanente e il confine tra libertà e assenza è sottile e dipende da chi guarda.
La butter mom sta nel mezzo, o almeno così viene raccontata. È una mamma che non conta, non vieta, non usa il cibo come premio o come punizione. Il burro non è né virtuoso né proibito è solo burro. Sembra semplice, e non lo è.
Perché il cibo
Il cibo è il primo terreno su cui una madre esercita potere, o rinuncia a esercitarlo. È concreto, quotidiano, impossibile da evitare. Per anni la mamma ripete lo stesso gesto per almeno tre volte al giorno: cosa metti nel piatto, come lo dici, cosa succede se non finisce.
Ma il cibo è anche un proxy, cioé tutto quello che facciamo intorno a lui rivela quello che facciamo intorno a tutto il resto: il corpo, il piacere, la colpa, la sufficienza. L’almond mom non parla solo di mandorle parla di un’idea di corpo che si trasmette per osmosi, attraverso gli sguardi, o silenzi al momento sbagliato. E che resta anche dopo, anche quando non vogliamo.
Il gesto di catalogare
Quello che colpisce, guardando questi termini diventare trend, non è il contenuto delle categorie. È il gesto stesso di crearle, perché stiamo mettendo le madri in catalogo, le stiamo cercando su Google, e le stiamo riconoscendo, insieme al tentativo di riconoscerci a nostra volta, come figli o figlie e forse anche come mamme. C’è qualcosa di molto preciso in questo bisogno di classificare: è il bisogno di capire cosa ci è successo, e cosa stiamo facendo. Le persone che cercano almond mom spesso stanno cercando una parola per qualcosa che hanno vissuto durante un’infanzia in cui il corpo era già un progetto da correggere. Quelle che cercano butter mom, invece, stanno cercando un’alternativa, non solo per i propri figli ma per sé stesse. Un permesso retroattivo che nessuno concederà mai formalmente.
Il catalogo non è descrittivo. È terapeutico nel senso più letterale: dare un nome alle cose è il primo gesto verso di esse.
Cosa cerchiamo davvero
Non cerchiamo solo un tipo di madre, ma una mappa per capire da dove veniamo e dove vogliamo andare. Cerchiamo le parole se non addirittura un intero linguaggio per conversazioni che non abbiamo ancora avuto con le nostre madri, con noi stesse, con i nostri figli se li abbiamo. La prova che quello che abbiamo sentito non era solo nostro.
La butter mom è diventata un ideale non perché sia facile da raggiungere, ma perché rappresenta qualcosa di preciso: una relazione con il cibo e con il corpo che non lascia segni. Il fatto che sia diventata un trend dice che per molte di noi quella relazione non è stata la norma e che stiamo ancora cercando le parole per dirlo.
Foto di Annie Spratt su Unsplash