Emotional flooding: quando le emozioni bloccano tutto

Emotional flooding: quando le emozioni bloccano tutto

C’è un momento preciso in cui capisci che non è stanchezza normale. Non quella che si risolve dormendo, né quella da lista di cose da fare troppo lunga. È un sovraccarico emotivo che blocca qualcosa a un livello più profondo: non riesci a pensare, non riesci a rispondere, non riesci nemmeno a capire bene cosa sta succedendo. In inglese lo chiamano emotional flooding. E come tutti gli inglesismi che riguardano la salute mentale, arriva dall’America già confezionato, con il suo corredo di spiegazioni, podcast, terapisti che lo citano su TikTok. Anche la nostra fragilità ci viene esportata in kit, con i termini già pronti e le soluzioni allegate.

Cos’è l’emotional flooding e da dove viene il termine

Il termine lo ha coniato lo psicologo John Gottman negli anni Novanta, studiando le coppie in conflitto: ha osservato che in certi momenti di tensione il sistema nervoso va in sovraccarico e la capacità di pensare razionalmente si spegne, letteralmente. Il cuore accelera, i livelli di cortisolo e adrenalina salgono, la corteccia prefrontale, che gestisce il ragionamento, riduce la sua attività. Non è una scelta, ma una risposta automatica del corpo a una minaccia percepita.

Gottman lo aveva identificato come fenomeno relazionale, tipico delle coppie in conflitto. Nel 2026 il termine ha smesso di appartenergli: le ricerche sono raddoppiate nell’arco di pochi mesi, e chi lo cerca non sta cercando consigli per litigare meglio col partner. Sta cercando una parola per qualcosa che conosce bene e non aveva ancora saputo nominare.

Emotional flooding, overwhelmed, overstimulated: non sono la stessa cosa

La distinzione che interessa a molti, e che emerge spesso nelle ricerche collegate, è quella tra emotional flooding, overwhelmed e overstimulated. Sembrano sinonimi, ma non lo sono del tutto. Overwhelmed è un senso di sopraffazione che resta cognitivo: troppe cose, troppo peso, o troppa responsabilità. Overstimulated è sensoriale: troppo rumore, troppa luce, troppo input. Il flooding è diverso perché è fisiologico prima ancora di essere mentale: non decidi di sentirti così, ma il corpo ti ha già portato lì.

Lavorando da casa succede spesso. C’è un testo da scrivere, il cane che ha bisogno di uscire, qualcuno che chiama perché tanto sei a casa. Tutto insieme, tutto legittimo, ma purtroppo tutto adesso. A un certo punto arriva qualcosa che non ha un nome preciso ma ha una forma: il senso di un orlo pieno, l’acqua che sta per traboccare. E con quello, la sensazione di non aver fatto niente o, quando ci si riesce, di essere già in ritardo. Lasciare andare qualcosa è troppo difficile. Lavorare da casa richiede una casa in ordine prima di sedersi alla scrivania, perché il disordine fisico si trasferisce dentro la testa. Richiede di occuparsi di chi ti circonda, perché vuoi farlo, ma intanto il lavoro aspetta. Non è che ci siano troppe cose: è che nessuna sembra abbastanza rinunciabile.

Quando arriva il sovraccarico emotivo

Succede quando tutto converge nello stesso momento: una mail urgente mentre stai gestendo qualcosa in casa, una conversazione che richiede presenza mentre sei già altrove, troppe cose aperte contemporaneamente e nessuna si chiude. Non è necessariamente un evento drammatico. A volte basta una richiesta in più, al momento sbagliato, per fare scattare qualcosa che non si ferma subito.

Quel che è cambiato non è la fisiologia umana perché il sistema nervoso funziona così da millenni. È cambiato il volume di ciò che entra. La quantità di stimoli, decisioni, informazioni, aspettative che una giornata ordinaria contiene oggi non ha precedenti. Il corpo risponde come sempre ha risposto alle emergenze: chiude tutto il superfluo e attiva il modo sopravvivenza. Il problema è che non c’è un’emergenza. C’è solo un martedì.

Come ritrovare il filo quando le emozioni bloccano tutto

A volte basta un attimo di smarrimento e poi si riprende il filo. Altre volte ci si ritrova a fine giornata con un senso di incompletezza che non si riesce a scrollarsi di dosso. Va bene anche quella. Non ogni giornata si chiude in pareggio, e pretendere che sia così è un altro peso.

Quando il sovraccarico emotivo blocca, una cosa che funziona è scrivere le azioni da fare, anche se si sono fatte già mille pianificazioni, anche se la lista esiste già da qualche parte. Non è ridondanza: è cercare un appiglio mentale che rimetta ordine senza allontanare dal lavoro. Un respiro. Un movimento, qualcosa che sciolga la tensione fisica prima di tornare a sedersi. Piccole interruzioni che non interrompono davvero, ma reset abbastanza.

Il nome non risolve, ma aiuta a vedere

Quando una cosa ha un nome, smette di sembrare solo una tua mancanza. Smette di sembrare debolezza, disorganizzazione, incapacità di reggere. Diventa qualcosa che succede. Qualcosa che ha una logica, anche se la logica è quella di un sistema che si spegne per non bruciarsi.

Foto di Mihail Tregubov su Unsplash

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