Ho spesso raccontato del burnout perché l’ho vissuto in prima persona. Quando ti senti svuotato ed esaurito, di solito è perché tutto è stato troppo, fino a bruciare, appunto. Troppe ore, troppe riunioni, troppe mail lette alle undici di sera. È una storia faticosa da vivere, eppure ce l’hanno resa presentabile, romanticizzando l’idea che, se sei andato in burnout, hai dato più di quanto l’azienda meritasse. Ti sei bruciato, sì, ma perché il tuo senso del dovere, la tua lealtà, ti ha fatto andare oltre.
Il rust-out e il boreout
Esiste, però, un’altra fatica da lavoro che non ha la stessa trama. E riguarda chi passa otto ore a una scrivania sapendo di poter fare molto di più, e sapendo che nessuno glielo chiederà, né glielo permetterà. In inglese la chiamano rust-out. In italiano, arrugginirsi.
Il termine indica il logoramento che nasce dal sottocarico: compiti ripetitivi, competenze che restano inutilizzate, un ruolo rimasto identico mentre la persona che lo occupa cambiava. Molti articoli ne attribuiscono l’invenzione alla psicoterapeuta Paula Coles, nel 2019, ma la parola è più vecchia. Gmelch e Chan la usavano già nel 1994, nei loro studi sullo stress in ambito scolastico, e da allora la ricerca empirica sul tema è rimasta scarsa. Ha basi più ampie un concetto vicino, il boreout, descritto nel 2007 da due consulenti svizzeri, Philippe Rothlin e Peter Werder, nel libro Diagnose Boreout: noia, mancanza di sfida e disinteresse per il proprio lavoro, a cui si aggiungono le strategie per sembrare occupati. Secondo una loro stima, il quindici per cento degli impiegati d’ufficio sarebbe avviato su quella strada.
La differenza tra burnout e rust-out
La differenza tra le due parole sta nella grammatica prima ancora che nella psicologia. Bruciare è un verbo attivo: il fuoco consuma ciò che si è spinto troppo vicino. La ruggine è quello che succede a un metallo lasciato fermo all’umido, da qualcuno che ha smesso di usarlo. Nessun attrezzo arrugginisce per eccesso di zelo. Nel burnout la persona è soggetto della propria rovina, nel rust-out ne è l’oggetto, perché la condizione dipende da come è stato disegnato il ruolo e da chi ha deciso che quella persona poteva restare dov’era.
Questa asimmetria spiega perché una delle due fatiche si racconta e l’altra, invece, no. Byung-Chul Han, in La società della stanchezza, descrive il burnout come la malattia del soggetto di prestazione, quello che si sfrutta da solo convinto di realizzarsi. È una diagnosi critica, eppure conferma che il burnout appartiene al ritratto che la cultura del lavoro fa di se stessa: chi brucia ha creduto nel gioco fino in fondo. Dal 2019 il burnout compare anche nella classificazione internazionale dell’Organizzazione mondiale della sanità, come fenomeno legato all’occupazione. Ha un nome riconosciuto, un lessico condiviso e perfino una certa dignità. Dire «sono in burnout» significa dire «ho dato troppo», e in molti ambienti suona quasi come un titolo.
Le tecniche per occultare il rust-out
Dire «mi sto arrugginendo» significa invece ammettere che nessuno ha avuto bisogno di te. Lamentarsi di un impiego troppo facile passa per un capriccio, e chi lo fa rischia di sentirsi rispondere che dovrebbe considerarsi fortunato. Così la ruggine si nasconde. Rothlin e Werder dedicano buona parte del loro libro proprio alle tecniche di occultamento: allungare i compiti, tenere aperta sullo schermo una finestra che abbia l’aria del lavoro, arrivare a sera con la sensazione che la fatica principale della giornata sia stata sembrare impegnati. David Graeber, in Lavori senza senso, raccoglieva testimonianze simili e osservava che la sofferenza di chi svolge un’attività inutile non viene dall’ozio concesso, ma dalla finzione imposta: dover recitare ogni giorno una necessità che non esiste.
Gli effetti simili tra rust-out e burnout
Se guardiamo agli effetti che fa sulle persone, i due stati finiscono per somigliarsi. Chi si arrugginisce può diventare irritabile e ansioso, rimandare, dormire male, come chi brucia. Le due condizioni poi non si escludono: si può essere sommersi di incombenze inutili e sottoutilizzati in quelle che contano, bruciare e arrugginire nella stessa settimana. Il rust-out è più frequente in due momenti precisi della vita professionale, all’inizio, quando si aspetta ancora di essere messi alla prova, e a metà carriera, in un ruolo che ha smesso di chiedere.
Richard Sennett aveva scelto un’immagine metallica già nel 1998, intitolando The Corrosion of Character il suo libro sul lavoro flessibile, tradotto in Italia come L’uomo flessibile. La corrosione di cui scriveva riguardava il carattere, consumato da carriere spezzettate che impediscono di raccontarsi una storia coerente. Il rust-out ne è la variante silenziosa: la storia in questo caso non si frammenta, ma si ferma. Il curriculum si allunga di anni tutti uguali.
Se hai provato a sistemare un vecchio attrezzo sai che, finché il pezzo resta fermo, la ruggine quasi non si vede. Si scopre quando si prova a girare una vite e la vite non cede. Per questo il rust-out viene notato così tardi, spesso proprio da chi lo vive, il giorno in cui finalmente gli chiedono qualcosa di difficile e si accorge di non ricordare più da dove si comincia.
-
Fresh start effect, perché ci serve una data per ricominciare
DivalentinaCi sono giorni che sembrano fatti apposta per ricominciare. Il primo settembre, il primo gennaio, il lunedì, il compleanno. Non è una sensazione vaga: gli economisti comportamentali le chiamano temporal…
-
Il mondo è abbastanza comodo? Dipende da dove sei cresciuta
DivalentinaIn questo momento, mentre nel Regno Unito l’ondata di calore ha fatto registrare temperature record per il mese di giugno, il 27 giugno 2026 è stato toccato il record storico…
-
Maxxing: ottimizzare tutto. Anche il riposo, anche la nonna
DivalentinaIl fenomeno culturale della Gen Z che ottimizza tutto: aspetto, dieta, solitudine, persino la nonna letto attraverso Byung-Chul Han (La società della stanchezza). Il paradosso centrale: lo slow living è entrato nel vocabolario della performance.
-
Lavorare in Svizzera conviene? La guida da leggere prima
DivalentinaLavorare in Svizzera fa ancora brillare gli occhi per lo stipendio in franchi. Ma il conto reale è più complesso di quello che appare sul contratto. Tra la rivoluzione fiscale del 2023 che ha creato due categorie di frontalieri con trattamenti opposti, i costi del pendolarismo, il nodo previdenziale e le sorprese in caso di licenziamento, il vantaggio economico esiste ma va calcolato con precisione. Questa guida, scritta da chi ha vissuto il confine dall’interno, aiuta a fare i conti prima di firmare.
-
Il chaos garden: l’arte di seminare senza un piano
DivalentinaL’articolo parte dal trend Google “chaos garden” (+140%) e lo usa come specchio per parlare di qualcosa di più grande: il desiderio di smettere di controllare ogni esito. Tre citazioni filosofiche — Nietzsche, Bachelard, Nishida/wabi-sabi — danno profondità senza appesantire. I consigli pratici sul giardinaggio sono intrecciati al testo, non in lista. La frase chiave è l’ultima.
-
Un cavallo al posto della casa, cosa sapere prima di comprarlo
DivalentinaSafe compie 23 anni. Ho comprato Safe quando sapevo i numeri solo a grandi linee. Sapevo che sarebbe stato difficile, che avrei fatto fatica a pagarla e mantenerla, ma ero…